L'anatra bianca

(Traduzione dall'inglese di Valentina Vetere. Testo revisionato il 18/11/2013.)

C'era una volta uno zar grande e potente, che sposò una bellissima principessa. Non c'era al mondo una coppia più felice di loro, ma la loro luna di miele fu ben presto interrotta ed essi furono costretti a separarsi, poiché lo zar fu chiamato in una spedizione di guerra contro un paese nemico. La giovane sposa pianse a calde e amare lacrime, mentre egli cercava in vano di consolarla e prepararla al distacco dandole dei consigli per quando sarebbe rimasta sola; le raccomandò sopratutto di non allontanarsi mai dal castello, di non dare confidenze a estranei, di guardarsi sempre dai cattivi consiglieri e specialmente dalle donne strane. La giovane zarina promise di ubbidire scrupolosamente alle parole del suo signore e consorte. Così, quando lo zar se ne fu andato, ella si ritirò con le sue fedeli dame di corte nei suoi appartamenti, trascorrendo il suo tempo a tessere e filare, e naturalmente, pensando al suo caro sposo lontano.

La zarina era sempre triste e addolorata, e accadde un giorno, che, mentre stava seduta alla finestra, piangendo sul suo lavoro, si affacciò una vecchia con un bastone, dall'aspetto e dai modi gentili e rassicuranti, che le disse in tono amichevole e lusinghiero: «Perché ve ne state lì tutta sola e triste, mia splendida regina? Non dovreste starvene chiusa tutto il giorno nella vostra stanza a deprimervi, uscite, uscite fuori in giardino, che è tutto verde e rigoglioso; venite a sentire gli uccellini che cantano, e a osservare le belle farfalle volare tra i fiori, a udire il ronzio delle api e degli altri insetti. Lasciatevi trasportare dal calore dei raggi solari che sciolgono le gocce di rugiada dai petali di rose e dai gigli in fiore. L'aria aperta e il sole vi gioverebbero molto, e vi aiuterebbero a dimenticare le vostre pene, regina.» Per un bel pò la zarina resistette alle parole adulatorie della vecchia, ricordando la promessa che aveva fatto al marito, ma alla fine disse a se stessa che in fondo non c'era niente di male a passare le giornate in giardino, rilassandosi al caldo dei raggi del sole, e a godere di tutte le delizie della natura, che la vecchia le aveva così sapientemente descritto e cedette alla tentazione. Purtroppo ella non poteva sapere che la gentile vecchina dai modi così garbati e rassicuranti era in realtà una strega cattiva, invidiosa della sua buona fortuna, e desiderosa di vendicarsi e rovinarla. E così, siccome si fidava di lei e ignorava la verità, un giorno seguì la vecchia nel giardino reale e diede retta alle sue parole suadenti e adulatorie.

Lì, in mezzo al giardino c'era uno stagno, chiaro e limpido come il cristallo, e la vecchia strega disse alla zarina: «Splendida regina, oggi fa così caldo, il sole scotta talmente che un bel bagno rinfrescante in questo stagno sarebbe l'ideale: è così invitante..» «Preferirei di no» rispose la zarina, ma subito dopo pensò: "In fondo, che male c'è a fare un bagno in quest'acqua così chiara e fresca?" Così dicendosi, si svestì e s'avvicinò timidamente alla fonte; ma non aveva ancora immerso un piede nell'acqua, quando avvertì un grosso spintone alle spalle, e TUF! La stregaccia cattiva la buttò in acqua, esclamando malignamente: «E adesso nuota, anatra bianca!» Poi la perfida strega assunse le sembianze e gli abiti della zarina, prendendo il suo posto al palazzo reale, e aspettando il ritorno del sovrano suo marito. Poco tempo dopo i cani udirono il rumore degli zoccoli dei cavalli e abbaiarono per annunciare che lo zar era tornato. La strega, irriconoscibile nelle sembianze della zarina, corse incontro allo zar e gli buttò le braccia al collo e lo baciò. Lo zar era felicissimo di poter finalmente riabbracciare la sua adorata sposa, ma naturalmente non poteva immaginare che la donna che stava tra la sue braccia non era sua moglie, bensì una perfida strega.

Nel frattempo, fuori del palazzo, la povera Anatra Bianca era confinata nello stagno, presso il quale un giorno essa depositò tre uova, e quando si dischiusero, vennero fuori due soffici anitrelle e un brutto anatroccolo. Anatra Bianca allevò i suoi piccoli, i quali zampettavano nello stagno sempre dietro a lei, pescavano i pesciolini d'oro, e saltellavano sulla riva, starnazzando qua e la tutto il giorno e anatrando: «Qua! Qua!» mentre passeggiavano tutti impettiti. Ma la mamma raccomandava sempre di non allontanarsi troppo, perché nel castello viveva una strega cattiva, spiegò, che l'odiava e che le aveva fatto del male, e che quindi, avrebbe fatto male anche a loro. Gli anatroccoli però non ascoltavano abbastanza le raccomandazioni materne, e così un giorno, mentre si erano spinti a giocare nel giardino, presero a gironzolare proprio sotto le finestre del castello. La strega li riconobbe subito dall'odore e cominciò a digrignare i denti per la rabbia; allora cercò di celare i suoi sentimenti nel tentativo di avvicinarli e fece finta di essere gentile e simpatica; li attirò a sé chiamandoli con finta dolcezza, scherzò un pò con loro, e li condusse in una bella sala, dove diede loro da mangiare e un soffice cuscino dove dormire. Poi li lasciò lì e scese nelle cucine, dove disse ai servi di affilare i coltelli e accendere un bel fuoco molto caldo, e mettervi a bollire una grossa pentola d'acqua.

Intanto le due anatrelle si erano addormentate, con il fratellino accucciato in mezzo a loro, avvolti dalle loro piume per stare al calduccio, ma l'anatroccolo non riusciva a dormire, così quella notte udì la strega alla porta chiedere: «Anatroccoli, state dormendo?» E l'anatroccolo rispose al posto delle sorelle:

Dormire non possiamo Tante lacrime spargiamo Il calderone hanno infuocato E il pugnale è già affilato Come fare a non tremare Quando stai per trapassare

«Mmm.. sono ancora svegli» borbottò la strega; andò su e giù per il corridoio per un po', e poi si piazzò di nuovo davanti alla porta e disse: «Piccolini, siete svegli?», e di nuovo il piccoletto rispose al posto delle sorelle:

Dormire non possiamo Tante lacrime spargiamo Il calderone hanno infuocato E il pugnale è già affilato Come fare a non tremare Quando stai per trapassare

«Come mai risponde sempre la stessa voce?» si chiese la strega sospettosa, «Sarà meglio dare un'occhiata». Aprì delicatamente la porta, e vedendo i due che dormivano beatamente, s'avvicinò e li uccise. Il mattino dopo Anatra Bianca vagava preoccupata intorno allo stagno alla ricerca dei figli; li chiamò e li chiamò, li cercò ovunque ma non riuscì a trovarli. Allora ella d'istinto ebbe il presentimento che gli fosse capitato qualcosa di male, e che fosse stata la strega, così, si fiondò d'impeto fuori dell'acqua e si precipitò al castello, e lì, sul pavimento di marmo della corte, giacevano i corpi morti dei suoi tre figli. Anatra Bianca si riversò sui loro corpicini, e coprendoli con le sue ali, gridò disperata:

Qua qua, qua, gemme mie belle Qua qua, qua mie preziose tortorelle Con dolore e sofferenza vi ho allevato Ma senza pietà vi hanno trucidato Nel mio nido al sicuro vi ho tenuto Fino a che qualcuno vi ha poi nuociuto Vi ho vegliato i giorni e le notti Voi tre, la luce dei miei occhi

Ora, accadde che proprio in quel momento, lo zar, che era lì vicino, udì il disperato lamento di Anatra Bianca, e chiamata la presunta moglie le disse: «Ma che strana meraviglia è questa? Senti, senti quella Anatra Bianca che lamenti che fà!». Ma la strega rispose: «Mio caro marito, a cosa ti riferisci? Non trovo niente di speciale nello schiamazzo di un'anatra. Servi, venite qui! Prendete quell'anatra, cacciatela via dal cortile.« Ma per quanta caccia i servi diedero all'anatra, non riuscirono a liberarsene, perché ella continuava a vagare su e giù come impazzita per tutta la corte; loro tentavano di mandarla via e lei puntualmente ritornava sul giaciglio dei suoi piccoli, e gridava:

Qua qua, qua figlioli miei belli qua qua, qua miei tortorelli la strega cattiva vi ha assassinato quella scaltra serpe a me vi ha strappato Per primo il mio re, la megera ha rubato con l'inganno in anatra mi ha tramutato togliendomi una vita di felicità ma se la sorte da me tornerà tremenda vendetta su di lei ricadrà

Quando il re ascoltò queste parole, cominciò a sospettare che qualcosa non tornasse, e che fosse stato ingannato; convocò i servi e ordinò: «Presto, prendete quell'anatra e portatemela qui subito.» Ma per quanto i servi corressero su e giù per la corte, non riuscivano ad acchiapparla, perché lei non si lasciava prendere. Allora intervenne anche lo zar, e come lo vide arrivare, l'anatra gli volò tra le braccia; e nel momento stesso in cui il suo corpo le colpì le ali, ella riacquistò la sua forma umana, ed egli riconobbe la sua cara sposa. Allora ella gli raccontò tutto quello che era successo in sua assenza, e gli disse di andare a cercare una certa bottiglia che stava nel nido in giardino, che conteneva delle gocce guaritive della primavera. Le portarono le gocce miracolose, con le quali lavarono i corpicini delle anatrelle e dell'anatroccolo, e all'improvviso dai corpi dei tre morticini, uscirono tre bellissimi bambini, svegli e pieni di vita. Lo zar e la zarina furono pazzi di gioia per aver ritrovato i loro tre bambini, e così poterono tornare a vivere felicemente insieme, al palazzo reale, per sempre. Però la cattiva strega non se la passò altrettanto bene, e sopra di lei passò la terribile scure della punizione.